giovedì 16 gennaio 2014

Uomini dei Lumi


"Chi è un persecutore? È un uomo il cui orgoglio ferito e il cui furibondo fanatismo istigano il principe o i magistrati contro gente innocente, che non ha altra colpa che quella di non pensare come lui". 

Voltaire
(Dizionario Filosofico)




Il Settecento, comunemente definito il Secolo dei Lumi, ha partorito personalità di indubbia caratura intellettuale. Tra questi spiccano due miei illustri-illuminati concittadini casentinesi, personaggi meno noti, ma degni del più assoluto rispetto: Bernardo Tanucci, il Viceré di Napoli, ed il poeta Tommaso Crudeli
Due uomini di cui il destino ha incrociato le traiettorie e che hanno lasciato una traccia incancellabile e inconfondibile, come le loro storie che - come minimo gesto di giustizia - desidero divulgare. 
Le loro vite - così contigue ma tutt'altro che prossime per temperamento e vocazione - hanno da dirci e indicarci ancora molte cose, a noi discendenti del "Secol superbo e avaro che predica(va) filantropia e pratica egoismo!"

Correva l'anno 1988 quanto il dottor D'Anzeo, di stanza nella locale farmacia di Poppi in Casentino, riemerse tra ricette e scartoffie, da dietro al banco assediato da nuvole di fumo e dall'odor di galenico, ove estrasse un dattiloscritto da lasciare sbalorditi. 
Il dottor D'Anzeo Attilio, presto sagacemente soprannominato "Mennea" (com'è d'uso ribattezzar-enfatizzando chiunque da queste parti) in virtù della paradossale associazione col suo conterraneo primatista mondiale di velocità di cui condivideva per difetto la sveltezza, si era dilettato - ma non senza una certa indignazione sull'oggi - a scrivere un capitolo della storia della tolleranza (e, si capisce, dell'intolleranza), nella Toscana granducale.

Queste righe di presentazione del libro "Il Caso Crudeli" ci giunsero nientemeno che da Leonardo Sciascia il quale - lasciandoci senza fiato - ci inviò, con assoluto atto di liberalità, due pagine sfolgoranti che qui mi appresto a trascrivere.







Non conosco personalmente il dottor D'Anzeo, meridionale della Capitanata trapiantato a Poppi, paese in cui sono stato in un giorno d'estate di circa vent'anni fa e di cui ho vago ricordo. Ma mi è facile immaginarlo, il farmacista dottor D'Anzeo, tra le ottomila e più specialità medicinali che (mi pare) registra la farmacopea italiana: tutte lì, negli scaffali, nelle loro scatole versicolori (...).
Mi è facile immaginarlo un po' infastidito, un po' insofferente di quel meccanico lavoro, un po' nostalgico di quello di una volta: quando le medicine il farmacista le preparava, dosando e combinando quelle sostanze che stavano, etichettate da nomi misteriosi, in quegli splendidi vasi che ora sono oggetti di antiquariato.

Le farmacie dei paesi si somigliano tutte: un tempo, più di ora, a far da circolo; e un po' si somigliano i farmacisti: tranquilli, di apparente indolenza, quasi olimpici; ma attenti alle notizie del paese e del mondo, col gusto di riceverne e darne; e non privi di un segreto o palese dilettarsi in cose che niente hanno a che fare con la farmacopea (...).

Il dottor D'Anzeo, farmacista a Poppi, si è dunque dilettato, ma non senza una certa indignazione sull'oggi, a scrivere un capitolo della storia della tolleranza (e, si capisce, dell'intolleranza), guardando alla Toscana granducale e scoprendo in essa, per i sudditi, il vantaggio del governar poco. E la parola "diletto" io l'adopero nel senso di un'occupazione che, non essendo continua e professionale, resta piacevole e goduta. Quasi un privilegio.


Fin qui Sciascia si "limita" a descrivere il D'Anzeo - farmacista dal fare olimpico - nel suo contesto storico-ambientale, fotografandolo mirabilmente come fossero amici di lungo corso. Poi prosegue, estendendo le considerazioni all'altro personaggio in questione della vicenda Crudeli, Bernardo Tanucci da Stia...



Tanucci, ministro di Carlo III a Napoli, ce l'aveva coi baroni di quel Regno, ma anche coi gesuiti e coi massoni: posizioni che allora, con notevoli effetti, seppe mantenere e che oggi, paradossalmente, sarebbero insostenibili. Ce l'aveva anche, ovviamente, con l'Inquisizione in Sicilia ancora presente: e riuscirà ad abolirla, più tardi, il Viceré Caracciolo che dal Tanucci aveva preso esempio e lunghe ambascerie a Londra e a Parigi avevano maturato nell'idea della tolleranza. Ora del Tanucci il Crudeli era stato discepolo e amico, al punto che ne ebbe l'offerta di accompagnarlo a Napoli, dove la carica di poeta alla corte di Carlo III gli sarebbe stata conferita. E ragione del rifiuto del Crudeli poteva anch'essere, semplicemente, il non voler lasciare Firenze; ma poteva anche essercene un'altra: il suo essere massone, incompatibile con l'avversione alla massoneria di Tanucci. Comunque, che il Crudeli fosse massone non pare si possa dubitare, e addirittura segretario della prima loggia che si era stabilita in Firenze. Ed è da presumere che in quanto massone, a scoraggiare la possibile diffusione della setta e la conseguente crescita del potere che oggi diremmo laico, sia stato incarcerato e processato con accuse piuttosto vaghe di irriverenza, di bestemmia e - dulcis in fundo - di eccitare il popolo a non pagare le tasse. Argomento, quest'ultimo, cui si pensava fosse sensibile il nuovo granduca, il Lorenese Francesco Stefano (...).

Il "governar poco" si era però trasmesso dall'una all'altra dinastia ed era impensabile il "troppo" di un rogo o di una condanna a vita per Tommaso Crudeli. Che passò il suo guaio, da quel tanto di prigione che subì aggravandosi i suoi mali: ma morì a Poppi, nella sua casa. 



Così Leonardo Sciascia conclude la presentazione del "Caso Crudeli" - Persecuzione e Tolleranza nella Toscana Granducale - come una "gradevole" premonizione:



Come oggi qualcuno crede che le lunghe crisi di governo siano di vantaggio all'economia italiana, lasciando più spazio all'inventiva, all'energia che Stendhal vagheggiava negli italiani e insomma all'arte di arrangiarsi, nella Toscana medicea e lorenese il "governar poco" diventava una forma della tolleranza, della libertà: una specie di gradevole penombra, nel secolo dei lumi.


Busto marmoreo di Tommaso Crudeli


Note biografiche:

Tommaso CRUDELI

Nato a Poppi nel Casentino nel 1703, laureatosi a Pisa in giurisprudenza, visse a Firenze dandovi lezioni d'italiano, specialmente agl'Inglesi che vi capitavano. Accusato di appartenere alla Massoneria (importata a Firenze appunto dagli Inglesi), fu arrestato nel 1739 e chiuso nelle carceri dell'Inquisizione: donde uscì, dopo lunga procedura e molte sofferenze, con l'obbligo di restar confinato a Poppi. Morì nel 1745.

I suoi casi furono la cagione prossima dell'abolizione in Toscana dell'Inquisizione.

Le Poesie del Crudeli, stampate la prima volta a Napoli nel 1746, furono proibite dalla congregazione dell'Indice; ma, abolita l'Inquisizione, furono pubblicate nel 1767, seguite due anni dopo da "L'arte di piacere alle donne", opuscolo licenzioso già edito a Lucca nel 1762 con la data di Parigi.

Negli scritti licenziosi, nei mirabili apologhi, che derivano da La Fontaine, nel desiderio di contrapporre alla commedia dell'arte la commedia regolare s'avverte l'imitazione degli scrittori francesi. Tra le sue liriche, nelle quali pare ch'abbia voluto innestare, come dice il Carducci, "la galanteria francese sul tronco del Chiabrera e del Menzini", molto pregio hanno una decina di canzonette e canzoni idilliche, dove il sentimentalismo arcadico è qua e là avvivato, come in "La nuotatrice", da potenti tocchi realistici.

Da:  "Treccani.it", L' Enciclopedia Italiana



Nella lapide di commemorazione, posta sulla facciata del palazzo di famiglia dove il Crudeli spirò, è scritto:

In questa casa morì il 27 marzo 1745
dopo lunga malattia aggravata
dai postumi dei tormenti
del Santo Offitio

il Dottor U. J.
TOMMASO CRUDELI
Poeta e Filosofo

Nel 250° anniversario
NON FIORI
MA PENSIERI E OPERE DI LIBERTA'





Bernardo Tanucci
(Stia in Casentino, Arezzo, 1698 / Napoli 1783)



Il vero comando nel mondo sta nelle braccia; ove son più braccia ivi è la vera potenza. Già si vede che nel popolo son le braccia e il popolo si deve non solamente ben servire dai ministri dalla nobiltà dal Sovrano, ma ancora ben trattare. 

Era questo il bagaglio di cultura giuridica con cui il Tanucci si pose al seguito di Carlo di Borbone. In quel pellegrinare Tanucci si rese conto delle ‘due Italie’: una aveva combattuto e distrutto il sistema feudale, l’altra lo serbava sano e vegeto. Tutto l’impegno ministeriale doveva perciò concentrarsi nel combattere «la mala bestia baronale».


Note biografiche:

Bernardo TANUCCI

Rivestì autorevoli ruoli presso la corte borbonica napoletana, e fu fautore deciso di riforme, più per inclinazioni politiche che per adesione al razionalismo illuministico. Tanucci legò il proprio nome alla lotta anticuriale, che unificò tutte le forze innovatrici. Avversario dell'assolutismo pontificio, fu uno dei principali ispiratori della soppressione dei gesuiti (1773), concordemente voluta da tutte le corti borboniche.

Professore di diritto nell'università di Pisa, sostenne in vari opuscoli (tra il 1728 e il 1731) l'opinione tradizionale della provenienza da Amalfi delle Pandette pisane. In seguito, due sue memorie politico-giuridiche (l'una in favore dell'indipendenza verso l'impero, l'altra contro il diritto di asilo) lo rivelarono a Carlo di Borbone, allora duca di Parma, che lo invitò a seguirlo a Napoli, dove Tanucci fu suo consigliere autorevolissimo: consigliere del Collaterale, divenne poi ministro di Giustizia (1752), e infine ministro degli Esteri e della Casa reale (1754). Quando Carlo passò a regnare in Spagna (1759), Tanucci acquistò una posizione predominante nel governo napoletano, sia durante la reggenza, sia nei primi anni del regno di Ferdinando IV. Non pochi furono gli abusi e i privilegi che egli riuscì a sopprimere nella vita del regno. A lui si deve il trattato austro-napoletano (1759) e la mancata partecipazione della corte borbonica di Napoli al patto di famiglia del 1761. Ma la regina Maria Carolina, mal soffrendo il suo predominio nel governo, riuscì alla fine a sbalzarlo dal potere (1776).


Nell'incantevole piazza dove nacque - a Stia in Casentino - resa curiosamente nota dal film "Il Ciclone" (sic!),
una lastra di marmo lo ricorda lapidariamente.


Scorcio di piazza Bernardo Tanucci a Stia in Casentino (Arezzo)




I destini di questi uomini-illuminati, Crudeli e Tanucci, nella loro seppur distante ma coerente visione del mondo, hanno segnato pagine di straordinaria portata civile e morale. Dopo di loro, il corso della giurisprudenza non è stato più lo stesso e il loro modo di intendere e di sentire ha inciso profondamente sulle vicende di un'Italia prossima a un radicale cambiamento.

Di lì a poco il Tribunale del Sant'Offitio venne bandito e il Granduca di Toscana, il 30 novembre 1786, sotto il regno di Pietro Leopoldo Asburgo Lorena, decretò l'abolizione della tortura e della pena capitale, primo paese civile al mondo ad aver adottato questa risoluzione.
E quella data, corrispondente alla festa della Regione Toscana, sancisce e segna una conquista incomparabile per l'intera umanità!


Ai perseguitati senza storia, d'ogni tempo.

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